Wine News18 agosto 2017

La Russia torna a crescere, ma il Paese deve ancora fare i conti con i suoi limiti strutturali, a partire dal crollo del potere d'acquisto della classe media e dall'instabilità del rublo. Italia ancora leader, con una quota del 27% del vino importato

Il mercato russo torna a crescere, il crollo delle importazioni enoiche registrato nel biennio 2014-2015 è ormai alle spalle, ma la situazione è ancora lontana da quella del 2013, quando le spedizioni verso la Federazione russa raggiunsero la cifra record di 923 milioni di euro, ma il 2016 ha visto comunque una crescita del 5% sull'anno precedente, a quota 660 milioni di euro. Un ritorno in territorio positivo di cui beneficia anche l'Italia, primo partner commerciale di Mosca nel settore vino, con una quota di mercato del 27%, per un valore di 188 milioni di euro (+4% sul 2015). Torna a crescere anche la Francia (+7%), con una quota del 18% del mercato per 120 milioni di euro, ma le performance migliori sono quelle di Spagna (+19%), e della vicina Georgia (+24%).
Numeri che raccontano una situazione complessa e tutt'altro che risolta, che peserà ancora sul mercato del vino per tutto il 2017, con due fattori, principalmente, a ridisegnare la mappa dei consumi: innanzitutto una caduta importante della domanda, legata alla perdita di potere d'acquisto da parte della classe media russa, che non sembra arrestarsi, e poi l'instabilità del rublo, che influisce pesantemente sulle dinamiche di mercato, sia in termini di import che di stabilità dei prezzi, sottoposti a troppe oscillazioni improvvise. Va letta anche in questo senso la crescita di Paesi come Georgia, Spagna e Portogallo, capaci di offrire prezzi vantaggiosi, specie sugli sfusi. Per quanto riguarda il vino di qualità, la stragrande maggioranza dei consumi è legato alle grandi città, con il 70% delle bottiglie stappate a Mosca ed il 15% a San Pietroburgo, per un mercato che, nel suo complesso, vale 8 miliardi di dollari.
Per le diverse tipologie, a spuntare il prezzo medio più alto, ma anche i tassi di crescita maggiori al consumo, sono le bollicine: 4 dollari al litro la media di Francia, Italia, Cile, Australia, Stati Uniti e Georgia. Proprio il Belpaese, con una quota di mercato del 57,9%, grazie alle performance del Prosecco, fa la parte del leone, davanti ovviamente alla Francia, che con lo Champagne vale il 32,5% del mercato. Un primato, quello del vino italiano, che, come racconta il report "Il mercato del vino in Russia", curato dall'Icex - España Exportaciòn e Inverciones (www.icex.es), è legato innanzitutto all'enorme successo della cucina italiana in Russia: solo a Mosca i ristoranti che fanno cucina italiana sono più di 500. Un altro aspetto fondamentale, è la grande solidità di un'offerta legata quasi esclusivamente al vino di qualità, forte di tipologie e brand molto conosciuti ed apprezzati in Russia, su tutti il Pinot Grigio ed il Prosecco, in una dinamica che ricorda molto quella degli Usa di qualche decennio fa.
E proprio come negli Stati Uniti, le possibilità di crescita sono ancora enormi, basti pensare che il consumo medio pro capite annuo è ancora fermo a 7,5 litri, con il vino che rappresenta appena l'11% dell'alcol puro bevuto in Russia (ed una penetrazione del mercato di appena il 33,3%), con la vodka e gli altri superalcolici che valgono invece il 18% dei consumi e la birra addirittura il 38% del totale. Ci sono poi dei limiti strutturali alla crescita: innanzitutto, i consumi sono ancora legati quasi esclusivamente alle classi più agiate ed istruite, con la classe media e quella dei lavoratori che continua a perdere potere d'acquisto e possibilità di crescita; a bere vino, inoltre, sono più frequentemente le donne (39,7%) degli uomini (25,8%), con l'85% delle bottiglie che vengono stappate tra le mura di casa. Un altro aspetto da tenere sempre in considerazione è il peso, enorme, di accise e rincari nella filiera che porta una bottiglia di vino dall'Italia, o da qualsiasi altro Paese, allo scaffale: su una bottiglia che costa 2 euro in cantina gravano almeno 8-9 costi diversi, dal trasporto alle accise, dall'iva ai costi doganali, dal rincaro dell'importatore a quello del distributore, fino ad arrivare, mediamente, ad un prezzo finale di 9 euro, oltre quattro volte il valore iniziale.