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02 agosto 2021

Il segreto del successo di un vino? La regolarità. Parola del primo Master of Wine Italiano

Gabriele Gorelli è il 418esimo Master of Wine, la qualifica più rinomata a livello internazionale nell’industria del vino, sinonimo dei più alti standard di conoscenza in materia enologica. A lui va, inoltre, il riconoscimento di essere il primo italiano ad aver ottenuto questo titolo. Lo abbiamo incontrato durante le selezioni di 5Star wines.

Qual è il valore aggiunto della nomina a Master of Wine?
Il grande valore aggiunto è non solo per me ma per tutta l’Italia del vino, che ora siede a un tavolo in cui non era mai stata rappresentata. Personalmente e è una grande soddisfazione, raggiunta dopo una lunga fatica.

Come è cambiata la sua vita dopo la nomina?
Faccio lo stesso lavoro di prima, ora tutto è però amplificato con più rilievo e legittimazione. Nel mio lavoro arrivo più facilmente alla stampa e al consumatore.

Quella dei massimi esperti di vino non è una cerchia un po’ elitaria?
Dal punto di vista del consumatore il mondo del vino sembra elitario, in realtà è inclusivo: attraversa culture e molteplici discipline umane dalle scienze alla storia, all’arte all’antropologia. La chiave per comprenderlo è l’educazione: il livello di educazione stabilisce il livello di inclusività che il vino può raggiungere. Nel vino è insita una grande complessità, ma è una complessità buona, da approfondire, che non deve spaventare, bensì incuriosire.

Come sono cambiate durante la pandemia le dinamiche di marketing e comunicazione del mondo del vino?
Noto una forte tendenza a riferirsi sempre di più al consumatore da parte dell’azienda, facendo meno affidamento ai tradizionali gate keeper che diffondevano i messaggi delle aziende attraverso la loro conoscenza. Il tempo a disposizione negli ultimi mesi ha permesso la nascita di un consumatore che è sempre più informato, consapevole ed esigente e nel vino non cerca solo il gusto, ma aspetti come la sostenibilità ambientale e sociale, il suo legame con il territorio e ai valori di libertà e apertura che esso rappresenta. Un consumatore che vuole indentificarsi e condividere i valori che quel vino incarna: libertà e apertura, in particolare, sono valori quanto mai vincenti in questo periodo.

Quando degusta un vino per recensirlo o giudicarlo, cosa cerca?
Quando assaggio un vino cerco identità e distintività. La qualità del vino italiano è molto orizzontale. Vince l’eccellenza ma anche chi riesce a ritagliarsi unicità e peculiarità. A parità di qualità il vino che viene valutato meglio è sicuramente quello che è più particolare, originale con caratteristiche che lo facciano ben distinguere: questo è proprio il concetto di identità che spesso non riusciamo a trasferire bene al consumatore e al trade estero. Il lavoro del vino italiano da oggi in poi, considerato il patrimonio di varietà autoctone, non è solo quello di dare qualcosa di “obscure”, ovvero qualcosa che non è mai stato assaggiato, ma riuscire ad essere regolari nell’espressione di queste varietà e di saperle ritagliare un’identità riconoscibile nella sua varietà e per un certo tipo di consumatore.

Secondo lei quali sono i trend di consumo del momento?
Nel 2019 le tendenze di consumo erano legate a marchi e a caratteristiche sensoriali, meno alle denominazioni di origini. Oggi la situazione si è ribaltata con una ricerca sempre più attenta alla territorialità e questo la dice lunga sull’importanza di vitigni, terroir e denominazioni. Per la gran parte dei consumatori che si sono avvicinati nell’ultimo anno e mezzo il filone è quello dei vini di piacere, da bere senza troppo impegno.