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24 settembre 2021

Le donne e il vino in Slovenia

Non sono mai stata propensa ad attirare l’attenzione sulle donne solo perché svolgono, da donna, un determinato mestiere e, in un mondo ideale in cui regni l’uguaglianza, non dovrebbe essercene bisogno. Ma soffermarsi a riflettere è sempre una buona cosa, tanto più che nella maggior parte del mondo del vino, Slovenia compresa, la vera parità di genere è ancora un sogno lontano. Vista dal di fuori, ho spesso la sensazione che la Slovenia sia un Paese molto all’avanguardia, soprattutto in termini di sensibilità ambientale, cibi biologici, prodotti alimentari a chilometro zero e tematiche simili. Eppure le condizioni nel settore del vino sono ben lungi dall’essere paritarie, a un livello davvero sconcertante. Dopo aver chiesto un po’ in giro, sono riuscita a identificare più o meno due dozzine di donne vinificatrici e/o proprietarie di cantine su circa duemila produttori di vino presenti nel Paese. Mateja Škrl Kocijančič di “Family Estates Slovenia” conferma che solo 5 degli 87 iscritti alla sua associazione sono donne, aggiungendo però che il 90% dei soci maschi ha alle spalle una figura femminile forte.

Per avere un termine di paragone, di recente ho analizzato la situazione in qualche altro Paese. Da un rapporto del 2020 è emerso che in California le donne vinificatrici sono il 14%; in Romania arrivano appena al 5%, ma sorprendentemente è la Bulgaria a detenere il primato mondiale con il 50%. In Bulgaria sono inoltre donne 85 dei 166 soci iscritti all’unione degli enologi e oltre l’80% delle persone che si occupano di finanza e marketing nel settore del vino. Sul fronte della proprietà la percentuale di amministratrici delegate è appena del 35% ma questo pone comunque la Bulgaria una spanna sopra il resto del mondo. Quindi che lezioni possiamo trarre dalla Bulgaria?

Il regime comunista bulgaro ha avuto senza dubbio qualcosa a che fare con tutto questo (benché anche la Romania sia stata naturalmente un Paese comunista). Quando le prime donne cominciarono a fare le vinificatrici, l’emancipazione attraverso la parità di istruzione era una realtà consolidata già a partire dagli anni Cinquanta. Le donne dovevano lavorare fuori casa e non farlo era considerata una scelta inaccettabilmente borghese. Venivano forniti asili per i bambini e diversi amici, figli di genitori entrambi lavoratori, hanno dichiarato di essere stati di fatto cresciuti dallo Stato. Intraprendere studi scientifici e lavorare nel settore vinicolo era considerata una valida scelta di carriera per le donne, anche se poi, con poche (notevoli) eccezioni, le donne tendevano a svolgere soprattutto ruoli di supporto all’interno del laboratorio, nell’imbottigliamento o nel settore del controllo qualità. Tuttavia, con l’aumento delle piccole cantine private negli anni Duemila, le donne sono uscite dall’ombra e, a quanto pare, la loro abilità nel fare tutto all’interno di un’azienda vinicola, anziché limitarsi a dirigere un team, si è rivelata preziosa. Numerosi studi hanno dimostrato che per le donne (e le minoranze) è più facile assumere un ruolo se vedono “persone come loro” svolgere lavori analoghi e in Bulgaria, dove il numero di studenti del vino è generalmente ben equilibrato, sembra essere successo proprio questo. Anche se non consiglierei certo il comunismo come la via migliore per raggiungere l’uguaglianza, la Slovenia mi ha sempre colpito per essere un luogo progressista, perciò la disparità di genere è una vera e propria sorpresa. Secondo Špela Štokelj per capire questa disuguaglianza è importante tener conto della differenza che esiste tra le donne che si occupano di vinificazione gestendo tenute di famiglia e le donne che lo fanno presso aziende o cooperative vinicole più grandi, perché i loro obblighi professionali sono del tutto diversi. Spiega infatti Štokelj: “Nelle piccole tenute vinicole a conduzione familiare devi fare quasi tutti da sola, a mano nel vero senso della parola, e questo comporta molto lavoro fisico spesso pesante, come sollevare una cassetta d’uva da 50kg, cosa per me davvero impossibile. Aggiunge inoltre che di solito le piccole tenute, il modello più comune in Slovenia, non possono permettersi di impiegare personale non facente parte della famiglia, né di investire in macchinari in grado di rendere più leggero il lavoro.

Un’altra grande causa di disparità è legata alle leggi in materia di successione (in Bulgaria di fatto non esistevano proprietà private da ereditare e quello che veniva restituito erano minuscoli appezzamenti di terreno frammentati). In Slovenia nella stragrande maggioranza dei casi la tipica tenuta di famiglia viene sempre tramandata al figlio maschio primogenito.

Per il futuro, ci sono forti segnali di ottimismo dal mondo accademico. Per quanto riguarda il futuro, vi sono forti segnali di ottimismo provenienti dal mondo accademico. La professoressa Branka Mozetič Vodopivec (preside della Scuola di viticultura ed enologia), insieme con la collega Melita Sternad Lemut dell’Università di Nova Gorica, riferiscono infatti che: “Negli ultimi 10 anni le iscrizioni al nostro corso di laurea in scienze segnano in media un rapporto di 40 a 60 tra maschi e femmine. Tuttavia, il numero di studenti che non provengono da una famiglia di vinificatori è in continua crescita, e in questo gruppo predominano le donne”. Tutto questo induce a pensare che la vinificazione venga percepita sempre meno come una professione maschile.

Inoltre, nella facoltà di scienze e tecnologie viticole ed enologiche la percentuale femminile è del 48%, mentre nel centro di ricerca dell’università sale al 50%, con donne in posizioni di preside di facoltà e responsabile della ricerca. Secondo le due accademiche accade ancora spesso che le cantine di famiglia siano divise su basi tradizionali, ma concludono dicendo che: "L’era delle donne slovene oscurate dai vinificatori maschi sta lentamente volgendo al termine, soprattutto grazie alle ambiziosissime studentesse della nostra facoltà”.

Caroline Gilby, MW
per la rivista VINO, Slovenia
Numero 1 e 2/2021

 

Photo by Kelsey Chance on Unsplash